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SETTEMBRE 2009 (10/7/2009)
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IL GENERALE

 

 

Siamo qui con Il Generale, personaggio storico dell’Underground e che ha attraversato diversi stili, nella sua lunghissima carriera. Generale, tu eri un personaggio della scena del “Granducato Hard Core”, al tempo di “I refuse it”, uno dei primissimi gruppi punk della scena italiana. La prima cosa di cui sarebbe interessante parlare con te è il legame che ci può essere tra il Punk e il Reggae come musiche e come culture, e il passaggio e la trasformazione che c’e’ stata dal Punk al Reggae che ti riguarda personalmente.

Beh in effetti stasera siamo alla Wide e questa domanda casca a fagiolo… il punto nodale secondo me è che nel periodo del Punk Hardcore italiano che va dal 1981 al 1985, ci sono stati due aspetti molto importanti per quel che riguarda non solo la musica ma anche il modo di vivere.  
Il primo è che potevi farti le cose da solo, cioè svincolarti dalle etichette, dal saper suonare, da quello che era un po’ il modo di allora di intendere la musica, e cioè “passivo” (bene o male negli anni settanta la musica era ancora recepita in modo passivo), e il Punk ha portato l’idea di poter fare le cose da soli, prima imparare a suonare uno strumento e poi produrti anche le tue cose da solo, anche perché in quegli anni sono uscite le prime cassette e i primi 45 giri autoprodotti; lo slogan era appunto “do it yourself”, fai le cose da solo, ed è un aspetto molto importante che ti avvicinava veramente alla possibilità di “fare”.  
L’altro aspetto importante è stato il discorso del cantare in italiano. Fino ad allora, a parte qualche gruppo famoso italiano dell’epoca come la PFM, i BANCO, gli AREA che cantavano in italiano, per quasi tutti i gruppi musicali soprattutto nuovi c’era un po’ questa sudditanza nei confronti della lingua inglese, e questa sudditanza è stata superata anche grazie al Punk. Si sono cominciate a fare delle liriche in italiano perché c’era la necessità di essere diretti non solo nell’esecuzione, ma anche in quello che dicevi, e naturalmente quello che dicevi era più diretto se lo dicevi in italiano. Ora io forse sono un’eccezione perché ho sempre fatto testi, non dico più elaborati, ma un po’ più diretti di altri, però il concetto di fondo è questo.  
E quindi il legame secondo me nasce da questo, in particolare considerando la nascita di quella che è stata la “stagione delle Posse” in cui la “parola” diviene elemento fondamentale e importante. E secondo me se non ci fosse stata prima questa esperienza innovativa del Punk non so poi se le cose sarebbero andate allo stesso modo; non a caso a Firenze, e ne parlo perché naturalmente è la scena che conosco meglio, molti della scena Punk si sono poi ritrovati assieme in questa evoluzione.  
Poi in realtà se si va a ben vedere di collegamenti ce ne sarebbero anche altri; in quell’epoca ad esempio la meta comune di tutti era Londra, dove ai concerti Punk c’erano anche le selection Reggae, o anche viceversa quando andavi a Brixton e sentivi il Reggae insieme al Punk.  
Io infatti il Reggae l’ho scoperto proprio a Londra, perché sentivo delle trasmissioni ed in particolare quelle di John Peel, la sera sulla BBC, e lui mixava la New Wave anni ottanta col Punk e col Reggae, e io mi sono innamorato in particolare di Mikey Dread: mi ricordo quando sentimmo che John Peel mixava questo Mikey Dread, rimanemmo tutti impressionati, anche perché all’epoca per noi il Reggae ero solo Bob Marley, e non ti nascondo che all’epoca verso Marley c’era quasi un pregiudizio perché in quel periodo lui faceva parte di quella cultura che per noi era da discotecari, e sicuramente non eravamo ancora andati in profondità nell’argomento Marley; cioè la musica quando la sentivamo, per noi era forte, ma in quel periodo era portata in Italia da un tipo di persone che appartenevano ad un mondo che non era il nostro. C’e’ voluto tempo per noi per arrivare a riscoprire questa sua musica, e questo passaggio è avvenuto di sicuro anche passando attraverso la riscoperta del ballo e ti parlo del periodo a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta. Quest’ultimo aspetto è un merito della New Wave, e cioè il riscoprire il ballo e, diciamolo pure il riscoprire che il ballo non fosse solo una cosa, per così dire, “di destra” che quasi non bisognasse fare, ma che era invece una cosa bella da fare.

 

Invece parlaci un po’ dell’approccio alla musica dal punto di vista del pubblico. In quei tempi a me è sempre sembrato che le cose fossero ben divise: da una parte chi ascoltava il Punk e dall’altra chi ascoltava il Reggae e le cose non si conciliavano facilmente se non sbaglio….

Ti voglio raccontare un aneddoto riguardo questo discorso. Nel 1982 sono stato a San Francisco, e una sera andai a vedere un concerto Punk con un sacco di Gruppi, e c’era anche un gruppo Reggae, i “BAD BRAINS”, che proveniva dal Punk: c’era davanti a me un gruppetto di punk che dicevano “ah che schifo questi BAD BRAINS che fanno reggae!!!”. Poi quando i BAD BRAINS salirono sul palco fecero uno spettacolo Punk meraviglioso di una mezz’ora, con pezzi velocissimi e di una precisione sconvolgente e la gente era in estasi. Poi smisero ma dovettero risalire sul palco per il bis perché la gente li acclamava: a quel punto fecero un unico pezzo reggae che durò quasi quanto tutta l’esibizione punk precedente, e la gente era più gasata di prima!!!  
Ti dico questo per farti capire che erano solo pregiudizi e dipendeva dalle forme mentali che uno aveva.

 

Invece in Italia?

Mah in Italia…io ti parlo delle origini del Reggae in Italia. Qui da noi secondo me il Reggae è nato perché ci sono stati i primi gruppi di persone che hanno cominciato a coltivare il Reggae; queste persone all’inizio erano a Bari, a Roma, a Venezia e poi di seguito in tanti altri posti; era gente che si cominciava ad innamorare di questa musica e la metteva alle feste che si tenevano e poi sempre più nei locali. E queste persone che cominciarono a suonare il reggae erano le stesse del giro del punk e quindi anche in Italia ci fu questa “fusione” e questa fine dei pregiudizi. Naturalmente ci fu sempre chi rimase delle sue posizioni. Però anche in Italia i pregiudizi erano dovuti soprattutto al fatto che non si conosceva bene questa musica reggae, perché appena uno l’ascoltava la cominciava ad apprezzare. A Firenze ad esempio è andata proprio così: intorno all’83 / ’84 c’erano i primi che tornavano o da Londra o dalla Jamaica direttamente, carichi di roba reggae, e ci furono in quel periodo i primi Sound System che erano molto artigianali, coi piatti di casa, le casse di casa messi in queste case di campagna per suonare il reggae. Li si è creato un giro di persone che ha cominciato ad apprezzare queste cose per cui dalla casa in campagna si passò alla “casa del popolo” e poi al locale. Ecco casomai c’e’ anche questo aspetto da sottolineare: che chi suonava il reggae all’epoca non si è mai fatto scrupoli per andare a suonare anche nei locali, mentre i punk erano per così dire, più ortodossi e andavano solo in certi posti a suonare. Anche se poi ti si ritorceva contro questa cosa, perché ad esempio noi con gli “I refuse it “ si sarà fatto in tutto 12 o 13 concerti perche’ non ci andava di suonare da nessuna parte e si criticavano sempre prima uno poi quell’altro locale…invece col reggae è un po’ cambiata questa mentalità.

 

Torno un attimo indietro: tu prima parlavi della scena londinese punk e reggae, e accennavi al fatto che all’epoca Bob Marley era visto quasi come vicino alla cultura da discoteca. E’ vero anche che in quel periodo uno che venne considerato come un fautore, o come uno che contribuì all’avvicinamento tra la cultura punk e la cultura reggae fu proprio Bob Marley, che entrò in stretto contatto con la comunità punk londinese, e in base a questo scrisse il famoso pezzo “Punky Reggae Party”

Si prima di tutto il discorso della associazione tra la musica di Bob Marley e la musica da discoteca, in realtà avveniva principalmente in Italia….e comunque si mi ricordo….“Punky Reggae Party”, che era il retro di un 45 giri che io avevo e di cui ora non ricordo il nome….mi innamorai di quel pezzo perché era un Marley che non mi aspettavo, perché…in realtà io avevo i dischi di Bob Marley, però in quel periodo per me andava a momenti alterni. A volte mi prendeva bene perché comunque mi ero informato su di lui e sul suo messaggio, altre volte venivano fuori quelli che in realtà erano pregiudizi.  
Sinceramente all’epoca cominciavo a sentire anche cose del “Grandmaster Flash”, la “Sugarhill Gang” con “Rapper’s Delight”…..era una cosa un po’ più ampia e non riguardava solo Marley….era più che altro il clima di quell’epoca e Marley è solo un esempio, perché in effetti Marley lo sentivi nelle discoteche, dove andavi a ballare e dove sentivi anche cose come i Temptation. Era solo il fatto che apparteneva ad un tipo di cultura che all’epoca non ritenevi tua, tutto qua; in Italia era andata così: c’era una musica da discoteca e una musica da alternativi. C’era ad esempio quel film “Lavorare con lentezza” che è emblematico , in cui ci sono questi che vanno a Radio Alice, la radio del movimento, famosa nella Bologna del ’77, e alla radio il dj mette “Kung fu fighting” di Carl Douglas, e tutti ci rimangan di merda “ou ma che cazzo mette roba da discoteca alla radio??!!”, e questo in realtà era un po’ il concetto ….. Poi in realtà oggi ascolto più volentieri “Kung fu fighting” che la roba che all’epoca andava per la maggiore (ride).

 

Parlando della scena a Pisa. Tu che hai avuto rapporti proprio con la “Wide” per una questione di Etichetta, di produzione, di distribuzione, raccontaci com’era Pisa all’epoca. O anche in base al fatto che dai tempi di “I Refuse It” sei passato al Reggae, a Pisa come venne vissuto questo passaggio di culture e questo avvento del reggae, e come venne avvertito all’interno della stessa etichetta “Wide”.

In realtà  ti dico che la “Wide” è stata fondata proprio da uno degli “I refuse It”, e prima di lei c’era un’altra etichetta che si chiamava “Belfagor” a cui partecipavano alcuni degli “I refuse It” e alcuni del “Granducato Hardcore”, che è stato l’embrione da cui è nata poi la “Wide”. Per vari motivi all’epoca, tante cose si sono spostate da Firenze a Pisa, non ultimo alcuni casi in cui vennero dati dei fogli di via a delle persone che vennero mandate via da Firenze.  
Anche questo fa parte del discorso di prima. Siamo a metà degli anni ottanta, e nascono quelle che sono state le etichette indipendenti: cioè si passava dal fare le cose a livello amatoriale a farle con una professionalità maggiore, perché magari arrivi a un punto in cui ti dici che diventi grande e ci puoi anche campare. E proprio da questo tipo di discorsi è nata la Wide come etichetta in cui dovevi anche avere un approccio professionale. Questo per quanto riguarda la Wide.  
Per quanto riguarda il passaggio al Reggae, diciamo che ti parlo di quello che è stato il mio percorso. Io ho cominciato a fare il Reggae per scherzo. Nell’85 sono stato in Jamaica, e quella fra l’altro fu un esperienza tutt’altro che felice perché la Jamaica non era un posto tranquillo, e non lo è tutt’ora, e tornai con un bel po’ di 45 giri. Era l’anno dei “Sleng Teng”, e sulla “Sleng Teng” feci questo pezzo che era “San Marco Skanking” dove parlavo fondamentalmente della gente che frequentavo e di quello che faceva questa gente, e questo è stato il mio approccio al Reggae. E’ stato un approccio legato più ai Toaster e ai Dj che a Bob Marley, perché i Toaster e i Dj parlavano delle cose di tutti i giorni, così come anche i Punk parlavano delle cose di tutti i giorni.

 

Si tu parlavi anche del Calcio, mi ricordo la canzone “Non è un miraggio Roberto Baggio “…

Sai com’e’ nata “Non è un miraggio Roberto Baggio”? La prima Posse di Firenze si chiamava “Mama Africa”, e c’era dentro PapaLeo, WallyDread e altri tra cui questa ragazza che si chiamava Skunky; lei andò in Jamaica e ci stette per un bel po’, sicchè voleva essere aggiornata su che faceva la Fiorentina, e allora c’era Baggio che era passato alla Fiorentina e stava giocando alla grande (era l’anno in cui si arrivò in finale di Coppa Uefa, poi persa) , e Baggio faceva queste giocate incredibili e questi gol stratosferici, e io gli feci questo pezzo per farglielo mandare in Jamaica, e c’era solo il ritornello, e alla fine parlava proprio delle partite, di Baggio e poi quando sono andato a registrarlo l’ho cambiato e l’ho reso un pezzo che parlava anche di Firenze, ma era nato così, perché appunto lo stimolo era parlare delle cose di tutti i giorni. All’epoca queste cose venivan fatte in queste serate in cui s’era tutti amici, e ancora non c’era il concetto della serata per un pubblico di verso da quello, e allora si parlava delle cose che interessavan quell’altri, e in questo caso qui era proprio il far sapere a lei cosa stava succedendo con Baggio e noi altri che eravamo gasati perché giocava forte. Poi verso l’89 – ’90 si fece questa cosa: si era fatto questo 45 giri su cui da una parte c’era “San Marco Skanking” e dall’altra “Non è un miraggio Roberto Baggio”, si decise di suonarlo anche dal vivo, e allora si mise su uno spettacolo che anticipava un po’ i tempi diciamo, infatti li anticipammo forse un po’ troppo perché ci cacarono in pochi, (ride); c’eravamo io e un cantante algerino Smail Aissa Kouider, che ora fa il pizzaiolo, (ride) e si cominciò a suonare con questa formazione in cui io facevo le cose in fiorentino e italiano e lui in arabo, andando in giro in posti come il Leoncavallo; però come ho detto non fu molto apprezzata. Ma in quel periodo si fece delle cose ganzissime secondo me. Una cosa ad esempio che fu storica, da un certo punto di vista, fu quando si fece una due giorni in cui si suonò per due sere di seguito, e si suonò nei pressi dei laghi vicino Firenze, e venne fuori un Happening pazzesco; noi si fece sta cosa, e chi la gestiva aveva anche aperto un punto ristoro, e non eravamo preparati al fatto che arrivò una montagna di gente, con le tende, sembrava di essere a Woodstock davvero, con gente che faceva il bagno nei laghi la notte, il mangiare dopo un po’ finì, per cui s’era impreparati, però fu un evento clamoroso.  
Tornando al discorso dello spettacolo, come detto non ebbe alla fine molto successo, e quindi continuai a fare le cose come Il Generale e basta. Poi arrivò il periodo delle posse e si scoprì che c’era altra gente in Italia che faceva queste cose: c’erano i Sud Sound System nel salento, la Torino Posse a Torino, legata agli Africa Unite….

 

…Tra l’altro mi ricordo all’epoca, “La Tosse” che era un movimento aperto e tu ci cantasti in un disco loro

In effetti “La Tosse” fu brava in questa cosa, capì il fermento che c’era in giro, e per prima propose a tutti di fare un pezzo tutti insieme, che fu appunto questo “Lega la Lega”, e chiamarono un po’ la gente da tutta Italia; c’eravamo io e il Jaka, c’ere Lele Gaudi, Militant Pietro, Bunna, Briggy Bronson. Lui, fra l’altro è stato il primo in Italia a fare il Dj Style, a Savona e addirittura nella prima parte degli anni ottanta aveva una trasmissione alla radio in cui erano in tre dj a fare il Dj Style; loro furono gli Originators del Dj Style in Italia solo che lo facevano in patois e gli mancava il gradino di farlo anche in italiano; sono comunque stati fondamentali perché hanno aperto una strada.  
Tornando a “La Tosse” c’e’ anche da dire che il tutto era gestito a Torino e in quegli anni quando facevi una cosa li comunque aveva una grossa risonanza, perché finché facevi una cosa a Firenze, rimaneva a livello locale, mentre a Torino un po’ perché c’era la RAI, un po’ perché c’erano tantissimi giornalistiche scrivevano sulle riviste come Alberto Campo, Paolo Ferrari, a Torino le cose avevano una eco grossa

 

Arrivando ai giorni nostri, come è cambiata la scena dall’epoca delle posse? Questa musica si è diffusa, le posse hanno portato gente che suonava hip-hop, reggae, ska, dub, c’era cioè una bella scena:oggi soprattutto parlando della tua esperienza, tu ti sei concentrato soprattutto sul Reggae e sul Raggamuffin; come ci descrivi questo passaggio e questo ultimo periodo per te.

All’epoca si era creata una bella situazione con una scena di impatto nazionale; e poi ci sono stati gli unici due anni in cui sono riuscito a “campare” con la musica, tra il ’92 e il ’93, ma questo perché c’era tutta una struttura diversa. C’erano le etichette che lavoravano per te, c’era la possibilità di suonare tanto e anche con dei buoni cachè, c’era una risonanza sulla stampa, c’erano i centri sociali che gestivano situazioni culturali importanti; c’erano cioè una serie di condizioni favorevoli alla scena molto importanti; condizioni che poi un po’ si sono perse. Ci si è trovati ad un certo punto a dover fare una scelta se fare o meno un passaggio: dovevi scegliere cioè se diventare o meno professionista coi pro e i contro della cosa: i pro naturalmente che comunque facevi una vita professionale non male, i contro dipendevano da cose come lavorare per le etichette, dover fare un disco ogni anno, farlo in un certo modo, fare il video, e altri vincoli. Io non c’avevo voglia di fare sta cosa qui anche perché come gruppo siamo stati diciamo troppo democratici, nel senso che ognuno diceva la sua e ognuno voleva fare in un modo e alla fine non si è neanche riusciti a fare quel salto, e ci siamo sciolti. Dopo qualche anno ci siamo ritrovati e ci siamo riuniti ma si era perso ormai il treno rispetto a quello che avevano fatto altri gruppi, “Africa Unite” e “Sud Sound System” per primi. In realtà però per i “Sud” la cosa è stata diversa, perché li è stata una cosa a livello popolare.  
Però c’eravamo ormai perso questo passaggio in cui o facevi il salto e passavi dalla etichetta indipendente alla Major, oppure ti trovavi strade più underground, e noi siamo rimasti nell’underground. Questo però anche per altri fattori: il passaggio dal vinile al cd, dal cd alla rete, cioè tante cose che hanno anche messo un po’ in crisi l’industria della musica in senso lato, soprattutto le etichette indipendenti che sono state stritolate da questo meccanismo.  
Tutto questo però non ha impedito il fatto che il messaggio del Reggae si sia ampliato, forse anche perché le nuove generazioni hanno meno pregiudizi di quelle vecchie, avevano avuto questa cosa del passaggio ed erano entrate in contatto con queste cose, e la scena si è allargata a dismisura sia a come pubblico che come gente che ha cominciato a suonare e a fare il Dj. Tutto questo intorno agli anni novanta che sono stati il preludio a quello che succede oggi. C’è stata poi questa scissione tra quelli che seguivano l’Hip-Hop e quelli che seguivano il Reggae mentre prima erano un movimento unico, ma poi si sono differenziati. Certo c’è da dire anche che nel corso degli anni novanta i messaggi si sono un po’ alloffiati. Nell’Hip-Hop c’è stata questa ricerca dello stile; a parte gente come “Assalti Frontali” o “Frankie Hi NRG” che poi appartenevano all’Old School e che hanno continuato a fare le loro cose di qualità, c’e’ stata gente che ha cominciato a fare Hip-Hop a basso costo, pensando soprattutto allo stile senza dire quasi niente, e c’è stato un periodo abbastanza deprimente da questo punto di vista, in cui la scena era cresciuta ma non si parlava più di nulla…

 

Quello che un po’ è successo nel Reggae quando si parla di “slackness”…

Si ecco, anche se in realtà nello “slackness” ci si prende un po’ a male parole, ma qui in realtà era proprio un’assenza di contenuti, un parlarsi addosso, un cercare la parola per fare una cosa stilosa ma senza che alla fine volesse dì nulla

 

Ma anche nel Reggae purtroppo c’è stato quel passaggio; a parte in alcuni momenti degli anni ottanta e novanta dove si parlava appunto solo di pistole, puttane e guerre di bande, si è poi passati a momenti in cui il reggae è stato un po’ inquinato da alcune correnti Hip-Hop in cui c’era questa cosa di andare l’uno contro l’altro. Nell’Hip-Hop c’era questa cosa di “guerra” tra i vari personaggi e cantanti, mentre nel reggae no.

Secondo me non si può scambiare quello che è successo in Jamaica con quello che è successo in Italia…

 

..si infatti dicevo in Jamaica…

In Jamaica in realtà queste cose ci sono state molto tempo prima, col cosiddetto “dissing” che era una parte abbastanza sostanziale del Dj Style ma era una cosa molto bonaria che rimaneva li a livello di gioco…

 

Ma anche nel Reggae purtroppo c’è stato quel passaggio; arrivati a un certo punto si sono persi tutti i messaggi, e anzi l’unico messaggio delle tunes era dirsi “io so meglio di te”, “ io ti spacco il culo di qua”, “ io ti spacco il culo di la” e cose così…

Si ecco, e questo derivava appunto dal discorso dell’auto esaltazione e dalla ricerca del solo stile non badando ai contenuti. E questa ricerca dello stile ti porta secondo me a due cose: una è appunto la perdita dei contenuti, e l’altra è il voler copiare qualcun altro fondamentalmente, cioè lo stile di qualcun altro.  
Poi secondo me negli ultimi anni la situazione è migliorata da questo punto di vista, anche perché ora magari sono un po’ scomparsi alcuni eccessi che c’erano in quel periodo, o comunque perché ora la scena è talmente vasta che c’è un po’ di tutto….e riesci anche a trovare cose come….come PapaMassy (ride) (PapaMassy presente ride)

 

Ok arriviamo all’ultima domanda anche se un po’ scontata. Come vedi oggi tu la scena Reggae in Italia, ma anche in generale la scena Underground in Italia.

…mah …la scena oggi secondo me ha un grave handicap, che è quello che i Gruppi hanno poco spazio; ci sono molte più dance-hall e molti più sound rispetto a prima, ma i Gruppi secondo me ci rimettono in questo, nel senso che per loro è diventata più dura suonare per tantissimi motivi, non ultimo dei quali che i sound appunto costano meno e riescono ad andare anche nei posti più piccoli…e diciamo che per un Gruppo “piccolo” è diventato più difficile suonare ed è diventato duro anche tirà su un cachè decente, e questa non è chiaramente una cosa bella…..La cosa bella è che ora naturalmente il Reggae lo conoscono dappertutto, per cui dovunque vai anche nei posti più piccoli, trovi la serata reggae, e questo chiaramente è una cosa positiva.  
Rimane però questo piccolo dispiacere per il “Live” , che alla fine è la giusta dimensione del reggae.  
Tu parlavi prima della scena Jamaicana; mi piacerebbe approfondire anche questo argomento ma ci vorrebbe veramente tantissimo tempo. Diciamo che oggi in Jamaica, c’è questa cosa delle “riddim” con tutti questi pezzi uguali sulla stessa base, e secondo me la scena è un po’ più povera rispetto agli altri anni. Anche se ci sono comunque tantissime cose che mi piacciono, però…… però vedi anche su questo…forse bisognerà aspettare qualche anno per poter giudicare. Anche quando uscì il digitale, tutti gli appassionati del Reggae Roots rimasero abbastanza scandalizzati, ed erano molto scettici, e invece dopo sul digitale c’e’ stato fatto anche del bellissimo Roots, e poi il digitale è stato abbastanza fondamentale, ha cambiato la musica….Per cui anche su quello che sta succedendo ora magari prendiamoci un po’ di tempo prima di poter criticare o giudicare. All’epoca in Jamaica con una piccola tastiera elettronica venne fatta “Under me sleng teng”, e con un minimo sforzo economico venne fatto un passaggio epocale. I jamaicani sono così: ci hanno abituato a cambiamenti epocali col minimo sforzo e forse anche questo periodo guardandolo più in la sarà un passaggio epocale…chissà…ora non fanno più vinili, non fanno più dischi, mettono tutto in rete, e anche questa forse è un anticipazione di qualcosa di importante….anche se dice che ora il vinile torna di moda.

 

…Beh un’intervista molto interessante….anche considerando il fatto che ancora oggi, e anche a Pisa c’e’ ancora gente del Punk Hardcore che vede ancora il Reggae come una musica facilotta semplice…purtroppo…ed è stato interessante parlare con uno come te che è passato da entrambi gli stili….

Vorrei alla fine, se possibile, aggiungere una cosa….un po’ di reclame….io sto preparando il disco nuovo e volevo dire due parole su questo rimanendo sul punto di vista storico anche qui…Diciamo che fra il mio secondo disco fatto con la Wide appunto, “Guarda la luna e non il dito”, e quello dopo che è stato “In Transito” sono passati tanti anni, sette, poi nei successivi sei anni ne ho fatti altri due “Più che mai” e “Cafè revolucion” che è stato fatto con la band, tutto suonato; ora con questo ultimo mi sono di nuovo avvicinato al discorso delle dance, volendo anche fare un disco mio in questo senso qua, un disco che coprisse tanti stili, con tante produzioni diverse, e in cui forse molto di più che negli altri dischi, ci ho messo questa cosa che più che un disco di reggae fosse un disco di musica italiana, con i testi importanti, al di là dello slogan, concepito con delle liriche di un certo tipo, e si usano termini che vanno da quelli della strada a quelli della filosofia di platone, però son messi in un contesto in cui ci possan stare, e parlando naturalmente al pubblico del reggae…per cui per esempio c’e’ un pezzo che parla dei dubplate, che sono uno di questi fenomeni che io non mi so spiegare…L’altro giorno ad esempio ho sentito che…non so se si può dire, ma ho sentito che Junior Kelly ha chiesto mille euro per un dubplate , che a me sembra una cosa abominevole….cioè è contro quello che dovrebbe essere lo spirito del dubplate, in cui ci dovrebbe essere l’amico che ti fa il pezzo dedicato, ma ormai non è più così…..

 

…ma ora non è più così ormai..purtroppo…

…si infatti…però ora dare mille euro mi sembra un’esagerazione, allora ad esempio c’è un pezzo che parla proprio di questo, in maniera critica logicamente, ma anche perché sono dentro questo mondo e ne parlo …

 

…come si chiama il disco?

…si chiamerà “Mille Modi” …

 

…lo portrete naturalmente anche in tour…

Il Generale :…mah sai noi la voglia di portarlo in giro ce l’abbiamo…certo trovare le date non è più semplice come prima soprattutto per chi come noi non è attaccato ad un management e a cose di questo genere…Chiaramente i concerti si faranno, ma non ti posso assicurare che sarà un tour mondiale (ride)…però vediamo cosa ne viene…

 

…tantissimi auguri !!!!


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