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SETTEMBRE 2009 (10/7/2009)
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Circolo Arci AGORA

 

 

Che cos’è l’Agorà ? 

L’Agorà è un progetto che nasce nel 1993 - comincia ad avere quasi 16 anni di storia - un progetto che aveva e continua ad avere come obiettivo quello di rinverdire un po’ la tradizione delle case del popolo, cioè luoghi di produzione culturale alternativi a quelli che sono i luoghi ufficiali di produzione. 

 

Cosa fa l’Agorà? Che programmazione offrite e cosa avete fatto in passato? 

Innanzi tutto l’attività dell’Agorà ha subito delle trasformazioni dovute alla società. Ad esempio l’esperienza della TrinacriaGioFamily è finita dentro l’Agorà perché ci sono delle politiche repressive sul territorio tali per cui non si può più fare un certo tipo di musica senza poi avere delle conseguenze penali, legali oppure dovute ad un vicinato sempre meno propenso ad accettare i rumori di strada, come succede in qualsiasi altra parte d’Europa. Girando l’Europa vai nei Paesi Bassi o in Francia e Germania, e le cose sono diverse. Diciamo che il grado di tolleranza è diminuito e quindi è cambiato anche lo stile del lavoro. Noi abbiamo dovuto fare delle scelte di sopravvivenza che hanno portato a sacrificare alcuni spazi e a privilegiarne degli altri, abbiamo sviluppato sempre di più lo stile “corsistico” in base ad una concezione di formazione permanente. Questa è una concezione che viene da un modo di concepire la formazione al di fuori del circuito ufficiale scolastico/universitario, e quindi abbiamo proposto e continuiamo a proporre corsi un po’ più ludici come quello di ballo latino-americano accanto a corsi di formazione un po’ più specifici come per esempio la video-documentazione sociale, la scrittura creativa, le lingue dall’arabo al francese all’inglese allo spagnolo, corsi di cucina, corsi di degustazione vino. Tutte cose che comunque fanno parte, secondo il nostro punto di vista, di una proposta culturale a tutto tondo. Ad esempio attraverso lo stile delle cucine conosci le tradizioni dei luoghi: una cosa è la cucina pugliese e c’è una storia dietro la cucina pugliese, e un’altra cosa è la cucina toscana che ha dietro una storia contadina piuttosto che una storia di pescatori. Quello che vedete adesso per esempio è un corso di biblioteconomia, un corso che unisce due aspetti: forma dei ragazzi all’uso dei sistemi di catalogazione/classificazione e nel contempo offre un servizio a noi perché vogliamo, come stiamo facendo, risistemare tutta la nostra biblioteca, perché per essere fruibile una biblioteca deve essere catalogata. Facciamo anche altri tipi di attività: manteniamo la musica e l’abbiamo qualificata all’interno delle compatibilità non solo di rumore ma anche delle nostre attività. Ad esempio facciamo “Papaveri rossi” che è un connubio fortunato fra il recital di poesie con Alessandro Scarpellini, colui che tiene i corsi di scrittura creativa e Dura D’Agnello che interpreta i cantautori italiani e anche europei. Questa è una serata che valorizza sia un tipo di musica compatibile da un punto di vista dei rumori, sia una proposta che noi facciamo attraverso il corso di scrittura creativa. La video documentazione sociale, che mi torna sempre a mente, è quella che ci permette ora di fare delle proposte attraverso il nostro sito, passando da YouTube per forza, perché i costi per poter mettere i video sui nostri server sono inaccessibili, 6/700 euro al mese. Passando per YouTube, abbiamo fatto un lavoro, che va avanti ormai da otto mesi, di proposta di interviste oppure di videoclip su quella che è la nostra attività diretta oppure su quelle che sono le attività che a noi piacciono. Ad esempio a dicembre e gennaio abbiamo fatto tre manifestazioni contro i bombardamenti su Gaza di cui si possono vedere i video: questi sono stati realizzati attraverso la formazione di alcuni ragazzi che montano i filmati e li inseriscono su internet. Oppure ci occupiamo di presentazione dei libri: il 10 Giugno abbiamo presentato il libro “Cuori Rossi”, che ricorda tutti i morti ammazzati dalla polizia dal ‘44 fino a Carlo Giuliani, perché noi pensiamo che la memoria sia non solo uno degli elementi fondamentali della cultura in generale e del sapere dell’uomo ma anche un terreno di battaglia. 

 

Ad una delle domande che ti volevamo fare in parte hai già  risposto, spiegando cosa è cambiato nell’Agorà. Ci vuoi dire altre difficoltà che si possono incontrare nel tentativo di sviluppare i propri progetti in un circolo, in una realtà che si auto-gestisce e si auto-finanzia?

In primo luogo abbiamo deciso di cambiare progressivamente le nostre attività  anche in seguito ad una scelta soggettiva, di una soggettività collettiva che noi esprimiamo. Intendo dire che questa soggettività progressivamente si è qualificata come un gruppo di compagni, perché noi ci definiamo tali, che ha cercato di legarsi di più ai propri referenti sociali o almeno a quelli che sente come propri referenti sociali e cioè i lavoratori, i precari i disoccupati ecc.. Abbiamo aperto un rapporto, che oggi si sta rinsaldando, con i sindacati di base. Abbiamo aperto un CAF, un centro di assistenza fiscale, che ci permette di entrare in contatto con settori del mondo del lavoro che magari non vengono né al corso di scrittura creativa né al corso di cucina. Spesso il problema del gap culturale è legato al gap economico. Prima viene la libertà dal bisogno e dopo ci sono le altre libertà, per cui il precario che guadagna 460 euro al mese non si può permettere di fare un corso di cucina o di fare altri corsi. Come lo intercetti? Come ci comunichi? Noi abbiamo cercato uno strumento che è questo e oggi stanno venendo precari, giovani, pensionati, extracomunitari con i quali stabiliamo un rapporto attraverso la ricezione dei loro problemi reali, concreti. Questa è stata una scelta che abbiamo fatto per raggiungere queste persone.

Le difficoltà  sono quelle classiche. Noi abbiamo quasi sedici anni di storia. In questi sedici anni ci siamo avvalsi del lavoro volontario di un sacco di compagni, anche se la nostra concezione di volontariato è ben diversa da quella classica. Per noi vale di più la parola militante, che è obsoleta per tanti mentre per noi non lo è affatto. Probabilmente tornerà in voga. Oggi i militanti li trovi nell’estrema destra, Forza Nuova o la Lega. Questa è la realtà, questi sono i militanti di oggi e noi abbiamo perso questa tradizione. Questi compagni(CHI?QUELLI DI DESTRA???) ci hanno permesso di sopravvivere fino ad oggi. Abbiamo rivendicato e ottenuto finanziamenti pubblici che sono dei lavoratori, perché l’87% del gettito fiscale viene dai lavoratori dipendenti per cui sono soldi pubblici che noi rivendichiamo e li abbiamo ottenuti in questi anni. Ci (CHI???)hanno dato una mano considerevole, anche se progressivamente sono diminuiti i fondi pubblici per tutti, però soprattutto per le realtà come la nostra. Ci sono altre realtà a Pisa che chiedono soldi pubblici pur non essendo servili. Durante le campagne elettorali ci hanno provato a fare delle iniziative da noi, ma abbiamo sempre detto di no perché noi rifiutiamo la logica della campagna elettorale.MADò LENIN SEMBRA

Quindi diciamo che fra i penalizzati noi siamo fra i più penalizzati: ci hanno tagliato i fondi del 75%. Continuano a darceli per corsi per anziani e corsi di video documentazione sociale. Piccoli contributi che ci permettono di far pagare di meno i pensionati e chi vuole venire a fare il corso di VDS, però il problema di fondo è che qui noi paghiamo 1600 euro di affitto mensili, più le spese fisse di gestione che sono una cifra spropositata. Noi riteniamo che un servizio come questo, che noi offriamo alla città… 

 

Dovrebbe essere gratuito! Oltre che come servizio, forse dovrebbe essere gratuito anche l’accesso ai corsi. 

Sulla gratuità  il discorso è più complesso, perché spesso e volentieri un contributo di responsabilità è fondamentale. Anche piccolo, però diventa un contributo di responsabilità. Un servizio gratis può essere un servizio fondamentale come il mangiare, la sanità, la casa, però un servizio culturale se non lo fai pagare viene svalutato. Però questo è un altro ambito. Fatto sta che la difficoltà che noi attraversiamo è quella di una mancanza di spazio. Pochi giorni fa abbiamo fatto un incontro con assessori del Comune e della Provincia e abbiamo chiesto un nuovo spazio, perché la proprietaria di questi locali, in corrispondenza della scadenza dei 12 anni del contratto di affitto, ci ha chiesto un aumento. Voi siete fra i primi a saperlo: faremo una campagna su questo argomento, perché se la proprietaria chiede un aumento, e come ci ha detto chiederà un aumento esorbitante, noi rischiamo di andar via da qui. Che ci mandino via comunque la vedo dura, nel senso che noi resisteremo in tutte le forme possibili perché noi ad abbandonare una storia lunga sedici anni, non ci pensiamo nemmeno. Questo però è un problema di responsabilità della società, non è un problema nostro, è un problema generale, come quello di Rebeldia, del Newroz, della Biblioteca Franco Serantini. C’è chi gli spazi li ha avuti, in forme diverse, tutte legittime, e il Circolo Agorà deve avere uno spazio come tutti gli altri. Oggi ce lo abbiamo, ma vogliamo una garanzia per il futuro. Questo è il problema di tutti. Se ci uniamo in questa battaglia, può darsi che riusciremo a risolverlo, altrimenti la faccenda è un po’ più complicata. 

 

Come vi sembra la realtà dei giovani e dei giovanissimi? Riuscite ad intercettarli? Sentite in loro un sentimento di pessimismo o di ottimismo? 

Noi riusciamo ad intercettarli attraverso la musica. Per esempio adesso stiamo facendo una serie di concerti di musica progressive, e vengono un sacco di giovani, di ragazzetti. In termini generali vale l’adagio che l’uomo è il prodotto della realtà che lo circonda, quindi voglio dire, se la realtà che lo circonda è la realtà che abbiamo intorno, che mi sembra abbastanza pessima… L’Italia è uno dei paesi peggiori dove si può vivere, almeno nel mondo occidentale. Non ci sono problemi di indigenza immediata, però insomma, stanno arrivando anche quelli, quindi che generazione volete che produca una società come questa? Sembra che emergano generazioni di ragazzi che non hanno una visione del futuro. Anche i ragazzi dell’ultima “Onda” si sono fermati all’auto-riforma, ad una logica che è bloccata su se stessa perché nell’auto-riforma c’è una logica riformista che opera all’interno di una situazione in cui non ci sono più spazi per le riforme. Mancano le idee di una prospettiva alternativa a questa società: questa è la società, l’unica società possibile è questa, al di fuori di questa non c’è nient’altro, al di fuori di questa manca il sogno, manca l’idea che sia possibile cambiare veramente. Non cambiare un pochettino, perché non ci cambia un pochettino. O si cambia o si và in peggio. Qui si cambia ma si và in peggio. La possibilità di una trasformazione non si dà più e lo si vede negli occhi dei giovani. Si vede proprio questa mancanza, dal punto di vista della vivacità culturale, dal punto di vista dell’interesse, della curiosità. Mancano curiosità, vivacità, interesse. C’è un effetto anestetizzante che è il prodotto di un modo di organizzazione del tempo libero, della programmazione culturale dove la televisione la fa da padrona. C’è poco da fare, la televisione la fa da padrona e cosa produce questa televisione? “Blob” è la migliore impressione di quello che c’è in questa televisione. Le nuove generazioni sono queste. Questo non vuol dire che non ci possano essere dei guizzi che possano cambiare. Da Torino in queste ore ci arrivano delle notizie che non so se avete sentito: Torino è sconvolta perché ci sono gruppi di giovani che stanno mettendo in discussione il G8 delle università: da stamani ci sono scontri, botte da tutte le parti.

A volte basta anche una scintilla. Si dice che la scintilla che scatenò il ‘68 fu l’alluvione del ’62: decine e decine di migliaia di giovani da tutta Italia vennero, si incontrarono e scoprirono che attraverso la solidarietà potevano far qualcosa. Da lì poi venne fuori il 68. Però insomma i giovani non sono messi tanto bene, e non certo per colpa loro. 

 

Come giudicate l’atteggiamento dell’amministrazione comunale rispetto allo svago, al ludico, alla produzione culturale a Pisa? 

I metri di misura sono due: uno è il responso elettorale e il secondo è il mercato. Quindi se il responso elettorale vuole ordine, sicurezza, controllo del territorio, stabilità, silenzio notturno, tutto viene impostato sulla base di questo. Dall’altra parte il mercato, per cui ci sono attività che ci hanno proposto e che noi abbiamo rifiutato. Se un’attività è finanziabile attraverso la sponsorizzazione della banca tal dei tali, andate dalle banche e chiedete soldi alle banche! Come se il denaro fosse la misura di tutto! Se tu fai un’attività qualsiasi, o c’hai dietro lo sponsor, il gruppo in voga o altrimenti non esci, non riesci ad esprimere culture alternative che possono essere anche di nicchia e che sono, dal punto di vista del mercato, un non senso. La cultura e la ricerca spesso e volentieri non hanno un senso dal punto di vista economico. Non sono spendibili subito. La logica di pochi maledetti ha portato alla catastrofe che vediamo. Questa è la logica che guida purtroppo l’amministrazione locale,  come anche, mi sembra, quasi tutte le altre amministrazioni.  

 

Questo secondo te succede a prescindere da quali sono gli elettori? 

Non è  un problema degli elettori. L’uomo è il prodotto della realtà che lo circonda, è come un cane che si morde la coda. L’elettore è l’ultima ruota del carro. La vera domanda è chi è che forma l’elettore. Se voi leggete gli ultimi due mesi delle prime pagine del Tirreno sembra di vivere nella giungla. L’elettore lo forma questo tipo di cultura e quindi, siccome la corsa alla sicurezza costringe tutto il quadro politico ad adeguarsi, questi corrono. Non hanno nemmeno la volontà politica di mettersi in un’altra ottica. Non si affrontano i problemi con le telecamere, con la polizia, con i carabinieri di quartiere, con la polizia di quartiere e via dicendo, o addirittura con l’ultima novità, che è una cosa incredibile: dare 500€ a famiglia per rimandare i Rom indietro in Romania. Monetizzare l’allontanamento di cittadini fra l’altro comunitari, perché i Rom sono Rumeni e quindi comunitari, è una logica che non dà soddisfazione. 

 

Quindi alla fine la cultura, la produzione undeground, le idee dei giovani, secondo voi riescono a prendere piede solo nelle piccole realtà, nelle autoproduzioni?                

Certo! Nel nostro piccolo noi lo facciamo! Oggi c’è meno proposta di cose auto-prodotte. Prima ne venivano fuori di più: artisti, giovani pittori, scrittori, poeti. Ora tutto è un po’ calato, e ciò è anche indice della situazione di cui parlavo prima, della catatonia generale. 

 

Come ultima domanda, vuoi parlarci di qualche progetto futuro dell’Agorà? Cosa ha in cantiere? 

Di progetti ce ne sono. Abbiamo di fronte un autunno abbastanza intenso. Abbiamo intenzione di sviluppare ipotesi di mutualità, solidarietà concreta, che non è solidarismo cattolico. Noi rispettiamo il mondo cattolico, quello genuino, vero, non certo Papi o Vescovi, però noi abbiamo una concezione diversa. Preferiamo i diritti alla carità o alla solidarietà fine a se stessa. Cercheremo di unire il contatto con settori della società che sono quelli più toccati dalla crisi alla rivendicazione dei diritti. In questi giorni abbiamo fatto più di 150 bonus energia che è quella cosa “una tantum” che questo governo dà. Noi lo facciamo perché almeno diamo un servizio e poi perché almeno abbiamo questo contatto, ma noi siamo totalmente contrari a questa logica del bonus energia. Questo è veramente quell’atteggiamento caritatevole alla Bush, o alla Berlusconi, per cui ti danno 50€ una tantum. Noi siamo per i diritti dei cittadini, soprattutto dei lavoratori dipendenti, perché cittadini è generico. Diritti fondamentali: noi lavoreremo su questo. Concretamente stiamo elaborando un nuovo modello, che però sarà una stratificazione del lavoro che già stiamo facendo, e ci saranno altre cose che si legheranno alle cose che già facciamo.


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