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SETTEMBRE 2009 (10/7/2009)
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Associazione Culturale IMAGO



    Come e perché nasce l’Imago? Come si configura la vostra realtà?

    Nasce dall’esperienza fornita dai corsi di fotografia di Rudy Pessina. Figurati che all’inizio non c’erano nemmeno le camere oscure: si abbassava la saracinesca e si sviluppava qui.


    Quindi siete sempre stati qui?

    Sì. Dopo qualche anno di corsi, per non perdere il patrimonio acquisito, abbiamo pensato: “Perché non facciamo qualcosa?”. Così è nata l’associazione. Dopo un anno di esperienza già passata, nell’aprile del 2002 abbiamo organizzato un’inaugurazione con una mostra di un fine corso a cui si sono uniti altri che avevano già fatto fotografia in precedenza più i fondatori dell’associazione stessa.


    Quindi nel 2002 nasce Imago però voi eravate già  qui?

    Io sono venuto qua nel 2001 e lo studio c’era già. Sarà stato il ’99/2000, perché prima era in un’altra sede, in via delle Belle Torri e poi in piazza della Berlina. In qualche modo quindi l’esperienza era già radicata. Abbiamo inaugurato la nuova sede con una mostra che già dall’inizio non voleva essere soltanto limitata al campo della fotografia analogica. In quell’occasione espose “Taiguara Alves“. Ogni volta che facevamo una mostra invitavamo un pittore: c’è stato “Canale all’inizio nel primo anno dell’inaugurazione. In seguito, a fianco alle mostre relative ai corsi, sono nate quelle che mensilmente facevamo, che si chiamavano e tuttora si chiamano le ImagoMundi. Queste mostre costituivano l’occasione per presentarsi e presentare ulteriori lavori e dar spazio a chi sul territorio e non solo si occupa di fotografia. Nascevano collettive di pittura, fotografia, performance, incontri letterari con letture affiancate a  musica acustica dal vivo in una due/tre giorni. Oltre a ciò sin da subito sono nati i giovedì dell’Imago: spazi serali durante i quali la sede Imago non diventa studio e laboratorio ma si trasforma in una sala dove assistere a proiezioni video e fotografiche e all’inizio soprattutto di diapositive. Poi l’evoluzione fotografica si è spostata sempre di più verso il digitale, quindi le diapositive sono state sostituite da file digitali di lavori differentissimi: viaggi dalla Turchia alla Libia, ricerche sperimentali sul territorio… Mi ricordo un lavoro sull’Antartide interessantissimo, poi esperienze tipo il Ciclo Clown che è un gruppo che per anni si sposta in giro per il mondo improvvisando spettacoli e che qui ha portato la loro esperienza. I giovedì sono sempre stati organizzati così: due sono dedicati  mostre fotografiche, mentre uno veniva dedicato ad una riunione aperta a tutti, non solo ai soci fondatori o ad un gruppo ristretto, ma aperta all’intera cittadinanza. In questa occasione ognuno può proporre dei propri progetti fotografici e non solo e in questo modo l’Imago diventa uno spazio dove poter far vedere le proprie opere. Dall’anno successivo è nata la rassegna video che dall’inizio abbiamo voluto chiamare “Intrecci”, proprio perché nasceva in uno spazio prettamente fotografico anche se, come detto prima, aperto a tutte le arti visive in genere. Il titolo Intrecci nasceva dunque dal tentativo di intrecciare più arti. La serata che inaugurò la rassegna si chiamò “Imago lucis opera expressa” che era una citazione. Era come se fosse la traduzione latina di “fotografia”: “Imago lucis overa express” cioè l’immagine fatta per opera della luce riflessa. Abbiamo iniziato con video di autori che parlavano appunto del materiale fotografico. Quest’anno siamo arrivati alla settima edizione della rassegna “Intrecci” e strada facendo si è intensificata anche la collaborazione con il corso di laurea in Cinema Musica e Teatro. Oltre a proporre agli studenti stessi una ulteriore o comunque diversa sede dove far vedere i propri lavori, che altrimenti non verrebbero visti, è stata attivata la possibilità di effettuare degli stage presso di noi. Gli stage si suddividono in  tre tipologie differenti: l’assistenza fotografica, dove assisti fotografi professionisti e non e lavori insieme a loro; la promozione degli eventi e la loro organizzazione; la partecipazione alla rassegna video Intrecci. Oltre a tutto questo, Imago spesso si muove per andare a vedere altri lavori in altre parti d’Italia. Si sposta o invita altri a partecipare alle proprie attività. Siamo stati ospiti a Milano e abbiamo esposto lì; altri da Milano sono venuti qui, e poi dalla Calabria. Ultimamente abbiamo ospitato una fotografa Russa Anna Ostanina con lavori interessantissimi e forse andremo a S. Pietroburgo. 

     

    Quindi la vostra realtà non è  incentrata solo sulla fotografia ma và  a toccare la musica, i video…

    E anche le altre arti in generale come la pittura ad esempio: la saracinesca dell’Imago l’ha fatta Tommaso Santucci quando ha iniziato a dipingere, e anche Massimo Pasca ha partecipato diverse volte alle nostre iniziative.


    Nello specifico, cosa proponete nella vostra programmazione di corsi e mostre?

    Diamo la possibilità di imparare o di migliorarsi per chi già ci sa fare a livello fotografico. Organizziamo corsi di fotografia sia analogica che digitale e offriamo spazi, che coprendono le camere oscure, a tutti: basta soltanto prenotarsi. Questa è una cosa che non esiste in molte parti d’Italia e non solo. Avere a disposizione delle camere oscure in città dove poter stampare evita quel lavoro che magari tante persone hanno pensato di fare, cioè allestire in casa una camera oscura. Per un motivo o per l’altro i risultati non sono mai quelli che proviamo mentre uno spazio dove c’è altra gente diventa veramente un laboratorio di scambio e di miglioria reciproca. Organizziamo anche mostre che esportiamo fuori dall’Imago: ultimamente abbiamo lavorato al festival noir di Serravalle. Organizzare una mostra tematica dà spunti ai partecipanti per lavorare assieme anche alla ricerca dello scatto che si fa sia in studio che in esterno, quindi anche lì c’è un’ulteriore possibilità di raffinamento.


    Durante i corsi si prevedono anche uscite all’esterno?

    Esatto, e le mostre itineranti che facciamo offrono la possibilità di rifare scatti sia in studio che all’esterno e poi proporli tematicamente in una cornice che è una mostra collettiva che ruota intorno ad una cosa. Abbiamo fatto così sul cibo e la letteratura, ma anche sul concetto si autoritratto. 

     

    Parlaci delle difficoltà che si incontrano nel portare avanti i propri progetti, dalle difficoltà tecniche fino alla difficoltà di trovare uno spazio a Pisa.

    Per quanto ci riguarda, lo spazio è interamente a carico nostro. Non abbiamo uno spazio assegnato o comunque a prezzo agevolato ma siamo dei normali privati. Quello che facciamo lo abbiamo fatto sempre e comunque con le nostre forze. Tutte le iniziative di cui abbiamo parlato sono rigorosamente ad entrata libera così com’è gratuita la partecipazione alle mostre. Le iniziative che facciamo servono perlomeno a ripagarci le spese, a finanziarci. A volte non ci riusciamo e ci rimettiamo, però magari facciamo una cena sociale dove tutti ci autoinvitiamo e paghiamo volentieri 5 euro in più un pranzo e facciamo cassa. Per quanto riguarda le istituzioni abbiamo portato anche dei progetti al loro cospetto, tipo la maratona fotografica, che ormai è alla settima edizione. All’inizio abbiamo anche provato a chiedere un finanziamento per una cosa che è nell’interesse di tutta la cittadinanza ma non l’abbiamo mai ottenuto. Ci hanno sempre detto che i progetti sono bellissimi, che vengono accettati, patrocinati moralmente ma mai finanziati. 

     

    Avete qualche progetto a lungo termine? Oppure mi vuoi parlare di questo appuntamento annuale che è la maratona fotografica?

    Nella risposta le due domande possono coincidere perché ogni anno la maratona cresce e l’idea è quella di renderla sempre più internazionale. Per inciso, già in passate edizioni s’è svolta oltre che a Pisa, in contemporanea, in città come Livorno, Lucca, Firenze, il territorio della Valdera. Altre volte i materiali sono stati spediti da gente che voleva partecipare ma che in quella data non poteva venire. Durante la giornata i temi sono quattro, suddivisi in dodici ore, e vengono comunicati ogni tre ore: a volte ci chiamavano dall’estero e tu li richiamavi gli mandavi un sms, “il primo tema è…sinfonie urbane”. Quindi l’evento si svolgeva in contemporanea in varie città, prima telefonicamente, e poi attraverso l’invio di foto da Bruxelles da Parigi da Lisbona che si incrociavano con quelle esposte poi di Pisa, di Lucca, di Livorno, a completare un immaginario e punti di vista diversissimi anche sugli stessi temi ma con sotto gli occhi realtà completamente diverse.


    Quindi la maratona in cosa consiste, nella pratica?

    La maratona consiste in una sorta di caccia al tesoro: si tratta di 12 ore dove innanzi tutto si può partecipare a tre sezioni, fotografia analogica, fotografia digitale o video. La maratona parte da un punto della città, che è sempre stato la piazza del bar “La Tazza D’Oro”, piazza Clavi perchè l’idea è nata lì dentro e da sempre si è collaborato insieme in ogni edizione. Noi diamo un rullino fotografico del 36 pose in B/N a chi partecipa alla sezione analogica, mentre per la sezione digitale ognuno verrà con le proprie card vuote. A quelli che partecipano alla sezione  video diamo una miniDV da 60 min. Tutto inizia alle 9 di mattina e finisce alle 21 la sera, coprendo un arco di 12 ore. Consumata la colazione, offerta dal bar, così come il pranzo, si comunica il primo tema, e così via per tutta la giornata. Ogni tre ore vengono comunicati i temi, quindi alle 9 alle 12 alle 15 e alle 18. Alle 21 si ritirano i materiali consegnati, i rullini, le schede di memoria da dove le foto verranno scaricate sui computer messi a disposizione dall’Imago e le miniDV. Dopo di che, in un secondo incontro, l’associazione fornisce il rullo sviluppato e il relativo provino a contatto, i provini a contatto su carta fotografica dei file scaricati, e ridà la miniDV con un DVD allegato a chi partecipa alla maratona sezione video. C’è poi un altro incontro dove tutti i partecipanti guardano i risultati di quello che hanno fatto. Infine ognuno dei maratoneti si incaricherà di stampare quattro foto, una per ogni tema, tra quelle che reputa le migliori o più azzeccate per l’occasione e questo sia per la sezione analogica che digitale. Chi partecipa alla sezione video invece farà un cortometraggio di minimo 30 sec. massimo 2 min. per ogni tema, quindi una clip video, un intervallo, una video post, una cartolina video, chiamiamola come vogliamo, oppure un unico corto che contenga tutti e quattro i temi, di minimo 30 secondi e massimo 8 minuti. Poi c’è un’ulteriore incontro dove viene consegnato tutto questo e tutti assieme i partecipanti e gli organizzatori, organizzano una mostra che raccoglierà tutti i materiali editati in quel giorno della maratona stessa, in uno spazio che diventa anche occasione per far festa, con gruppi locali e non solo a suonare, giocoleria… Tutto nasce dalla partecipazione di tutti e quello che viene fuori è un evento-mostra importante, dove si danno i video e si mostrano le foto. Per altro da quest’anno oltre alla gente che già da prima inviava i propri materiali fotografici scattati fuori Pisa, la maratona è lanciata anche su web, e ciò significa che si può partecipare praticamente da ovunque. Abbiamo creato un gruppo usando i social network nel tentativo non di farsi usare ma di usarli veramente, come mezzo, e quindi si è proposta l’idea a tutti di partecipare da ovunque. In questo caso lo spazio e la partecipazione sono gratuiti e questo non fa altro che arricchire la maratona stessa perché lo spazio aggregativo  non è solo virtuale: stanno nascendo dei mini gruppi, tipo “io sono di Milano, c’è qualcuno che la vuole fare assieme”, in Francia a Tour ne è nato uno collaterale.


    La maratona si sposta dunque sul web, sul virtuale…

    Esatto, si allarga, ma non è solo virtuale perché poi i lavori verranno visti sia sul web, dove rimarranno come una galleria di immagini grandissima, e ci resteranno praticamente per sempre, sia durante la mostra stessa che si farà a Pisa, dove verranno proiettati, se non stampati.


    L’idea è quindi quella di utilizzare i mezzi che abbiamo a disposizione per aggregare e allargare…

    Esatto e tutto ciò con entusiasmo ma anche tanto sacrificio perché  come si è detto non è a scopo di lucro che facciamo tutto ciò, ma per passione, come abbiamo sempre cercato di fare fin dall’inizio. 


    Ora una domanda un po’ personale: noi stiamo facendo questa cosa perché ci è sembrato che quasi sempre questo genere di progetti trovi spazio solo in realtà indipendenti e piccole.

    E non sono favorite dagli organi istituzionali…


    Esatto! Sei d’accordo su questo punto, che noi crediamo non caratterizzi solo Pisa?

    Bè  magari in certi contesti il discorso vale di più, in certi di meno, però può essere una cosa in generale soprattutto italiana. Pisa in questo senso forse peggiora. Negli ultimi anni noi dal canto nostro abbiamo cercato di fare delle tavole rotonde dove poter parlare di questo. Sono stati invitati, ma spesso non sono venuti, vari assessorati provinciali e comunali per discutere sullo stato della produzione artistica a Pisa, sui modi con cui intendevano promuoverla. Non abbiamo invitato solo loro ma anche i rappresentanti delle associazioni. Quella fu un’esperienza interessante perché vennero invitate due entità private, come una galleria d’arte e una residenza artistica berlinese, due istituzioni, in quel caso l’assessore alla cultura del Comune e l’assessore alla cultura della Provincia, e due realtà associative: una, quella che faceva gli onori di casa, eravamo noi, l’altra era il cantiere S.Bernardo. C’è stato un animato dibattito su cosa fare e cosa non fare, durante il quale è stata segnalata la mancanza di attenzione nei confronti di quelle realtà che si muovono, si muovono a fatica, con entusiasmo, ma a fatica, e che riescono a proporre delle possibilità, delle occasioni di fare veramente cultura senza alcun appoggio, con le proprie forze e nonostante gli spazi negati. È nota una situazione urbanistica che vede spazi completamente vuoti e abbandonati a se stessi, quando invece potrebbero essere laboratori creativi veri e non case di fantomatiche associazioni che poi lavorano pochissimo. Il riferimento alla Leopolda non è casuale…


    Come vedi il futuro a Pisa?

    Io penso che al di là di tutto, quello spazio che si chiama Underground e che veramente vive è come se stesse sempre più prendendo coscienza di sé: nascono sempre più momenti, evidentemente la gente s’è rotta i coglioni, vuole organizzarsi nel senso bello della parola. Vedo tanta buona volontà e anche tante belle iniziative. Su quello che dovrebbe essere l’appoggio che una città fatta da cittadini dovrebbe dare, secondo me c’è un dialogo possibile ma in questo momento è impantanato.


    Vuoi aggiungere qualcosa?

    Faccio gli auguri e i complimenti alla vostra associazione.


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