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'N-joy-STREET (13/8/2009) |
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SETTEMBRE 2009 (10/7/2009) |
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SETTEMBRE 2009 (10/7/2009) |
Chi è Andrea Pioli?
Io! Non avrei risposte migliori. Non mi presenterei mai come un personaggio perché non mi voglio descrivere così.
Credo che sia abbastanza empirica la cosa: io come pittore o in generale come creativo?
Alla fine non è che io abbia un modo ben preciso con cui voglio essere descritto, non mi interessa assolutamente, anzi non fa proprio parte dei miei interessi, quindi se uno vuol sapere chi è Andrea Pioli lo vede attraverso i miei quadri. Lì può leggere molte cose di me. Questo dipende anche dalla mia capacità di riuscire a centrare il bersaglio e da quella degli altri di riuscire a coglierlo a capirlo. Di sicuro attualmente, al di là della passione e del lavoro del tatuaggio, cerco sempre di più di coltivare la cultura e la musica.
Era giusto per farsi un’idea di te… Andiamo un po’ più sullo specifico: primi passi e prime esperienze artistiche?
Ero piccolino…Più corro indietro con la memoria e più risalgo ai miei primi disegni che erano spirali, spirali sempre e solo spirali. Quando ero piccino mi ricordo benissimo odori, suoni, frasi, cose e mi ricordo quando ho iniziato a disegnare animali o quando ho iniziato ad interessarmi di libri di biologia e archeologia. Andavo matto per queste cose e tutti i disegni e le illustrazioni che vedevo, sapendo che erano disegni, volevo poterle rifare, poterci giocare. Mio padre mi ricordo che mi insegnò con un gesto semplice cosa voleva dire giocare con il disegno. Lui lavorava alla Piaggio, tornava la sera e mi portava ogni tanto un pezzetto di pongo, sai i soldi erano quelli, e col pongo io ci giocavo e ad un certo punto…non mi piaceva mescolare i colori, mi piaceva sempre utilizzare un colore alla volta e ogni cosa farla solo con un colore e mi ricordo che una volta gli rompevo i coglioni perché volevo “Jeeg robot d’acciaio”! Lo vedevo in televisione e dicevo “bello, bello, voglio Jeeg robot d’acciaio jeeg…”. Mio padre mi rispondeva: “Tanto i soldi non ci sono! Non ci sono i vaini, figurati se ti raccatto Jeeg robot!”. Così me lo disegnò e io giocai con quello. Sicché tutte le volte incominciai a rompergli i coglioni dicendogli “Mi disegni Jeeg robot d’acciaio e Mazzinga?” e lui “Oh!!! Io torno tardi la sera da lavoro e ti devo disegnà Jeeg robot!? Ma ti levi di ‘ulo…disegnatelo te!”. Fu un po’ l’inizio. Cominciai a sforzarmi a fare….e poi tutto si è mosso negli anni a seguire..
I miei genitori non mi hanno mai ostacolato, anzi, non finirò mai di ringraziarli per avermi sempre dato corda dalle scuole elementari ai concorsi di disegno. Una volta ero piccolino e non sapevano dove sbolognarmi (andavano a lavorare tutti e due e la mi’ nonna non stava bene), era dura tenermi da qualche altra parte perché combinavo guai uno dietro l’altro, così mi mandarono a fare questo corso di disegno a Porta a Mare, al circolino alla Casa del Popolo e allora io andavo lì e facevo disegni dal vero con i gessetti e la gomma pane.
Avrò avuto 10 anni…
E la musica?
Avrò avuto 5 anni quando stavo a scazzare con flauti e soprattutto con pianole, organetti e già a quell’età mi venivan fuori sai le stronzate delle pubblicità tipo la Barilla: ad orecchio trovavo le note e le rifacevo. Tutto inizia per gioco, se smetti di giocare smetti di inventare.
Da autodidatta.
Fondamentalmente io il disegno non l’ho mai più cacato come cosa
particolarmente seria, come se fosse una cosa in cui credevo di avere
particolari capacità. Non l’ho mai visto in quella maniera, fino
a che alle superiori andai a fare il biologico, e visto che per motivi
di condotta in quella scuola le cose andarono male, me ne andai e riiniziai
dalla prima all’Istituto d’arte perché mi sembrava un po’ più
adatto. Ho imparato di più a disegnare sul banco non cacando quello
che mi dicevano di fare, oppure tutto gonfio sul divano fumando bonghi
e disegnando le caricature dei pacchetti di sigarette o le stronzate.
Poi mi sono ricordato che il disegno poteva diventare qualche cosa di
più che divertimento. Ho avuto questo salto temporale in cui il disegno
è diventato più presente. Mi sono fatto il primo tatuaggio a 18 anni,
dal Ganora, e ho pensato: “Perché non continuare?”. Così iniziai
a fare i miei primi disegni e un paio di miei amici se li tatuarono
e allora vedendo i tatuaggi sugli altri incominciai a sentire un appagamento:
“Cazzo! Figo! Il mio disegno ce l’ha sulla pelle, per tutta la vita.
Boia che coraggio!”. Intanto all’Istituto d’arte continuavo sempre
di più a frequentare quest’ambiente dove si ha sempre qualche stimolo
che ti arriva per il disegno, per la musica o per disegnare per la musica
o per questo o per quell’altro. Il disegno era sempre più divertente
quindi mi sono perfezionato, l’ho migliorato, mi sono allenato di
più perché avevo un interesse personale. Una cosa che devo contestare
è la difficoltà che c’è da parte delle istituzioni nel portare
avanti il disegno, la disciplina artistica non solo come dottrina da
apprendere ma, anche come interesse personale delle persone. Per come
la gente esce dall’istituto d’arte secondo me per il 90% siamo boni
a fare i tombini nelle fabbriche di ghisa!
No, forse no, sarebbe troppo da parte mia contestarla così tanto.
Certo, ma questo perché c’erano dei professori che erano eccezionali. I migliori sono sempre quelli che vengono mandati via perché sono quelli che escono fuori dagli schemi ovviamente. Però sono stati quelli gli unici che hanno dato l’imprinting creativo ai ragazzi che erano interessati a fare questo, tanti ragazzi e ragazze interessati a fare una scuola come un’altra, tante sbornie tante canne... Più uno si sente libero di fare i cazzi sua più si sente libero di produrre. Poi chiaramente c’è anche tanta cialtronaggine. Ti rendi conto più avanti che è importante anche la cultura personale. Non è che puoi essere un completo ignorante per disegnare, sennò che disegni? Le linee e i punti? La conoscenza in generale stimola la fantasia.
Sì, ci sono professori che ringrazio come persone. Mi ricordo delle persone, non mi ricordo dei professori, che mi hanno insegnato di più parlandomi non da professori. Che poi alla fine è il senso che dovrebbe avere la scuola secondo me.
Però non sono scontento. Nel disegno mi ricordo che mi allenavo in classe facendo i tribali sulla carta. Mi allenavo pensando che un giorno avrei fatto anche il tatuatore, ero affascinato da quello stile di vita…
Le esperienze artistiche a Pisa sono tutta la mia vita, dal miniaturismo fantasy dalla tenera età di 11 anni…Questa è un’altra cosa che avevo omesso prima, ma che dura ancora adesso: con il mio coinquilino abbiamo una stanza dedicata solo a quello. Questa è stata un’altra cosa che mi ha aiutato a dipingere. Ecco, forse una cosa che non ho detto è che in quegli anni di buio ho dipinto tanto miniaturismo, cosa che mi ha aiutato molto nel giocare, nel dipingere molto e nel tenermi caldo nel fantasy, nei giochi di ruolo. A livello artistico posso dire che a Pisa ho vissuto tanto anche la musica, ma poi è sbocciato qualche cosa in particolar modo nel disegno. Poi quando sono diventato grande ho incominciato a disegnare più seriamente e ad uscire da Pisa. Prima di aprire questo posto qui, uscito dall’Istituto d’arte, ho fatto una fraccata di lavori di merda, pesanti, brutti, tremendi, sottopagati, ma l’ho fatto volentieri perché preferivo sentirmi più vicino a mi pà che vestirmi con giacca e cravatta. Mi avevano già detto di cambiare, di togliermi la cresta, togliermi gli orecchini, coprire i tatuaggi, e io ho detto “Preferisco morì così, povero, piuttosto che umiliato dai pregiudizi della gente!”. Tutt’ora lo preferisco, altrimenti non avrei fatto questo lavoro. Uscendo fuori, ho incominciato a dipingere in modo più serio, più consapevole. Quando ad esempio ero su al nord, a Mestre, ho lavorato per la “Delta” e ho fatto disegni per 3 giacchetti e una maglia da donna. Chiaramente facendo il tatuatore il disegno ormai cominciava a prendere piede, però prendere piede…In Irlanda iniziai a fare piccoli quadri neri, a scuola iniziai a fare i miei primi quadri piccoli su carta…
Circa 10 anni fa. Lì incominciai a disegnare su carta nera. Poi ho cominciato a disegnare su carta Beige, e ancor prima, quando ero a scuola, un’altra cosa che ho omesso di dire è che mi sono salvato l’anno con questo tipo di disegni, perché quando ero in quinta iniziai a fare i disegni su carta rossiccia/arancio: erano tutti formato A4 all’incirca, e facevo sti quadretti a matita in quello stile lì, molto semplici molto nitidi. Alla fine presi i miei quadri e li utilizzai come lavoro, dissi: “Questo è il percorso che sto iniziando” e il professore mi disse “Và bene, inizia con questi lavori qui…”. Poi lui mi diede una mano e iniziai a farli in tridimensione, iniziai a farli intarsiati nel legno, poi li coloravo con l’aerografo e queste cose qui, e li usai per salvarmi. Ne lasciai un paio a scuola e se li sono inculati! Quando saltano fori taglio le mani a qualcuno…
Innanzi tutto è un lavoro perché spesso le persone fanno completamente passare in secondo piano ogni forma di espressione. Quando fai un lavoro e devi sostenere un’attività, la casa, una macchina e tutto ciò che c’è intorno da bravo borghesoccio quali siamo non puoi far altro.
Quindi è prima di tutto una necessità.
E’ una necessità. Chiaramente io in questo momento sono rabbioso per questa cosa, perché per me tatuare era ed è tuttora…
Un gioco…
Un gioco lo è nel momento in cui sto con la gente. È una maniera per conoscere persone, per espandere me stesso, per tante cose. A parte la serietà che c’è dietro quello che è veramente il tatuaggio, il rispetto per quello che è il tatuaggio nel tempo, per chi c’è stato prima di me e per chi verrà dopo, io preferisco vivere questa attività come una cosa abbastanza creativa, forse anche troppo. Il tatuaggio è una strada che ho imboccato per poter essere me stesso il più possibile. Voglio essere padrone di me stesso, dirigere me stesso. Ho imparato questo lavoro meglio che ho potuto e continuo a cercare di fare del mio meglio per impararlo e sicuramente questo è anche un modo per cercare di evolvermi nel disegno, a cercare di non arrendersi mai. È comunque una maniera per continuare a mantenere il mio stile di vita, un cazzo sulla fronte, una cresta, un dito nel naso quello che ti pare! Non voglio diventare un perfetto ingranaggio di questa fottuta società più di quanto non lo sia già pur non volendo. Quantomeno non subisco o non sono costretto a subire umiliazioni o altre cose che non avrei mai voluto vedere o provare, ma che invece ho provato pur di poter fare questo lavoro. L’ho fatto a Pisa perché come città mi è sembrata un luogo idoneo, infatti mi posso permettere di fare un sacco di lavori che a me piacciono tantissimo. A me piace la gente che c’è a Pisa, sono contento ci sto bene…
Posso dire che nella vita mi hanno fatto provare gli acquerelli e ho fatto gli acquerelli, mi hanno fatto provare quello e quell’altro, acrilici di su e di giù, ho provato sia a saltare sui tubetti di tempera per spararli contro le tavole di legno come Pollock, poi mi hanno detto “Guarda lo faceva Pollock…” e io “E chi è Pollock?”. Poi mi sono reso conto che era un’altra maniera per divertirmi a sparare tempera contro il muro, perché era quello il divertimento. Alla fine mi piace l’arte formale quindi più sul figurativo. Quelli che mi piacciono di più sono dagli impressionisti in su. Caravaggio, quando ho incominciato ad amare le luci e le ombre, è diventato sicuramente uno dei più interessanti, però tutto fa brodo perché tutto è interessante nella pittura, tutti hanno dato importanza al segno e al proprio percorso. Però non direi “Mi sono ispirato a Monet perché…”. C’hanno pensato gli occhi e gli interessi a guardare…
Parlaci dell’arte secondo il Pioli.
Gioco. Gioco concreto. Mi chiedi cos’è l’arte? È “ho un messaggio, ho voglia di tirarlo fuori, mi viene di mandarlo fuori così!”. Questa è una passione, una cosa viscerale, è qualcosa che ti muove, sia che tu dipinga, sia che tu suoni, sia che tu spari la merda, sia che tu faccia qualsiasi cosa.
Pioli e la musica: a quale genere ti ispiri?
Con i “Quikedge” ho sempre suonato dal Punk HardCore a un misto di altri generi, sempre su quelle onde lì, però mi piace anche qualsiasi altro strumento con cui scazzo. Scazzeggio un po’ col violino, mi piace suonare l’armonica, il basso e la chitarra elettrica, però poi alla fine loro sono il mio gruppo principale. Venditti non è proprio il mio forte, con tutto il rispetto, ma la musica mi piace un po’ tutta, tranne quella elettronica tunz tunz tunz: quella un po’ mi fa venire le palle al culo. La musica è bella tutta, è inaccettabile dire che ti piace un genere solo, non ci riesco, mi piacerebbe.
Sì però chiaramente anche se ho avuto la cresta da quando avevo 17 anni non è che mi sono legato al Punkismo come definizione. Mi piacevano l’ambiente, i casini, i disastri, l’energia che butti fuori secondo i vari generi. Poi non è che mi piace fare un genere sbraitato. Mi piacciono la tecnica, la potenza, la libertà di fare un pezzo mescolato ad un pezzo surf: tutti quanti hanno un’onda! Per esempio adesso sto facendo un pezzo Swing-Core: mi piacerebbe tirare sul genere Jazz-Noize, Noize-Jazz-Core. Ho bisogno di buttare fuori tanta energia e la musica è un bellissimo sfogo. L’armonica la suono con chi capita, su un treno…l’altra sera ero a suonarla con un gruppo SurfCountry. Suonare è suonare…
Dalla musica ai versi: parlaci delle tue esperienze e di quello che vuoi comunicare.
Prima di tutto comunico tutte le volte che dipingo. Dipende da quello che voglio comunicare.
Ricordo un tuo disegno in cui c’è il diavolo e accanto dei versi che iniziavano con “Io sono…”
Quello è un lavoro che ho fatto insieme ad Alberto … Quello è il periodo in cui io ed Alberto abbiamo iniziato a giocare con testi e disegni: lui scriveva filastrocche, cose, e io ci buttavo sopra immagini, facevo un po’ di grafica, visto che poi è in quello che mi sono diplomato: incisioni su pellicole, su cose, sovrapposte a carboncini, disegni: poi scopri tutto e viene fuori il risultato, quindi le trasparenze. Photoshop non c’era ancora.
Qualcosa l’ho scritta anche io. Mi piace tantissimo scrivere.
Quello che ho dentro: se è rabbia, se è furore, se è tristezza… Lo faccio per me, perché mi libera nel nero, mi libera tirare fuori le cose dal guscio, mi rilassa e mi porta un po’ sulle punte: toccare quelle piccole cose che appena si intravedono al buio quando ancora le senti è un climax, un piccolo climax, che c’è nel tirare fuori come un bel drappo di luce dal buio, qualche cosa che magari è enorme e complesso, và lavorato piano piano…Quando osservi un quadro sul nero che gioca con delle luci ben fatte e flebili tu rimani sospeso, perché nel buio ti perdi, provi la paura per avere paura e quando vedi riaffiorare qualche cosa dal buio sei rassicurato dalla tua speranza e terrorizzato dalle tue paure. Qualsiasi cosa venga fuori, quindi, è il crepuscolo, è l’aurora, è il crepuscolo del coinvolgimento che hai. Se io ti spiattello tutto davanti sicuramente faccio una bellissima opera ma a me piace giocare su questo e questo è un piccolo passaggio di contatto nella comunicazione fra quello che disegno e quello che gli altri vogliono capire. Può darsi che per quanto riguarda il messaggio, ognuno si interpreta il suo. In fondo io se faccio vedere una donna con in braccio un bambino puoi pensare che quella è sua zia e quello è il nipote, che quella è la mamma e quello è suo figlio…L’interpretazione è personale, e questo in fondo è anche bello perché crea immaginazione, crea movimento interiore. Se io dicessi a tutti “Questo è questo e quello è quello”, e tutti facessero così, dove si andrebbe a finire? Bisogna stare bene attenti a lasciar strozzare l’interpretazione delle persone.
Come vedi la scena Pisana giovanile, per quanto riguarda le cose che sono un po’ più vicine a te, quindi l’arte e la musica? Come stanno crescendo i giovani a Pisa?
Dei giovani a Pisa che ti devo dire!? In generale, come tutti quelli più grandi, quando c’è un po’ di salti generazionali incominci a renderti conto di più cose, però io non posso sparare tanto giudizio. Di sicuro posso dire che si vendono, si commerciano sempre più cose. Mi sembra che i figlioli crescano sempre di più pensando che tutto quello che possono avere l’hanno visto già in televisione, quindi tutto quello che è comprabile, creabile, inventabile è riferito a qualcosa che hanno già visto, che è vendibile, che è prodotto, che è pubblicizzato. Vuol dire che i media hanno avuto successo, vuol dire che ci hanno spappolati, ci hanno messi veramente con il culo per terra e noi ci siamo andati con tanto tanto tanto divertimento. Il discorso è che i bimbetti vengono fuori e subiscono poche lezioni: purtroppo quello che ti porta fuori da casa, ovvero problemi familiari o un motivo personale o cose varie, ti aiuta a vedere quello che non c’è o forse prima non vedevi. Vedo ragazzi e ragazze che hanno degli interessi, mi fa piacere che li possano coltivare, mi fa piacere che Pisa cerchi di esser fervida e continui ad esserlo perché hanno bisogno sempre di più di noi, come noi abbiamo bisogno di loro. Per me non è che io sono vecchio e loro sono giovani: facciamo parte della stessa fetta, chi muore prima chi muore dopo non si può dire, quindi non conta un cazzo. La cosa migliore invece è pensare che ci si può divertire, si possono fare cose sempre più comunicative, risolvere più problemi quanto più riusciamo ad essere uniti, anche nelle nostre divisioni e nelle nostre individualità, perché no. Sicuramente molti di loro queste cose non le sanno, non hanno vissuto tutte le cose che abbiamo vissuto noi a Pisa, Pisa è cambiata molto… Invece di starmi a lamentare e sparare merda io continuo a vivere, mi rimbocco le maniche e faccio il mio. Io stimo un sacco di ragazzi più giovani di me per come disegnano. Aggiungo questo, ci sono un sacco di giovani tatuatori emergenti, tutti vogliono fare il tatuaggio, ma il tatuaggio è una cosa che è troppo seria per essere fatta come può essere andare a comprare un paio di Nike un paio di calzini di D&G. Hanno tutti voglia di mandare in culo tutto, non hanno voglia di sbattersi e hanno tutti voglia di fare i tatuatori le tatuatrici perché è figo, perché fai i soldi. Alla fine non è nemmeno vero perché ti fai un culo come una capra. Adesso come adesso è un po’ differente rispetto a prima; non perché tu prima non te lo facessi, ma oggi ci sono più spese.
In genere a Pisa la scena Underground trova posto solo in situazioni piccole e indipendenti. Sei d’accordo? Perché ?
Certo, che alternativa ci sarebbe? Perché non dovrei essere d’accordo? Io ci sono cresciuto. Però mi piacerebbe che ognuno nella propria nicchia riuscisse a sentirsi parte anche degli altri, pur mantenendo il rispetto per la propria individualità, l’individualità per la politica o ideologica creativa e artistica degli altri, senza che gli altri si andassero a pestare i piedi e pensare che qualcuno sia merda solo perché è completamente di un altro mondo. Questo è quello che ti frena, questo è quello che rovina. Le persone di questa città hanno una potenzialità nucleare, purtroppo però le realtà che ci sono, sono divise le une dalle altre ma sono divise anche dentro se stesse. Troppe persone pensano di essere meglio di altre, molti sono fatti così.
Questo vuol dire non essere poi così diversi da quello che sta sopra al suolo. Se te stai sotto al suolo e pensi di essere diverso dagli altri e ti comporti come se tu fossi diverso dagli altri senza guardare a quello che fai che è in comune con quelli che non ti piacciono, ti dimentichi chi sei.
Boooooooooh!!!!!!!! Che cazzo di domanda mi fai!? Non lo so. Nel futuro io non voglio avere una visione di me. Delle volte ci penso, è chiaro, come tutti non è che non ci pensi, però il fatto è che ho perso più cose sotto i miei piedi guardando a quei passi che volevo fare di quelle che non ho perso guardando a dove camminavo in quel preciso momento. Un conto è se pensi troppo ai passi che farai, ma se hai una buca sotto i piedi ci finisci dentro, è una logica di sopravvivenza e anche di inventiva: c’è già tanto materiale dietro alle tue spalle e sotto i piedi lì dove li hai ora, che se guardi avanti a te è una guerra di fumo, senza nessuna aspettativa. La vita fino ad ora mi ha insegnato, per quel poco che ho imparato, che è capace di cambiare così tanto e così rapidamente e repentinamente le carte in tavola che la mia mente non accetta in maniera categorica nessun tipo di proposta da parte del mio animo. Per un domani posso avere un progetto, però sempre aperto a qualsiasi tipo di variazioni. È più stabile pensare che tutto può cambiare piuttosto che pensare che tutto sarà così per sempre.
Dà più sicurezza. Del resto se si hanno delle domande che non hanno delle risposte dentro di noi dobbiamo comunque darci una risposta che soddisfi quelle domande che non hanno risposta.
Oddio, già che sono un fiume di parole quando parlo, magari nella mia testa frulla qualcosa, però non mi viene bene in mente adesso come adesso. Posso solo dire, se si parla del mio futuro, che in generale ho dei progetti che sto avviando, che vanno avanti, però non ne parlo troppo volentieri perché prima preferisco farli e poi quando saranno avviati faremo un’altra intervista.
A me piacerebbe che tu parlassi di come sei arrivato ad aprire un negozio.
Se ora tatuassi a casa mi arresterebbero! In passato l’ho fatto, ma tutti lo sapevano, la Digos, la Polizia lo sapeva anche perché mi avevano già infamato. Incominciai a fare i tatuaggi a casa. Coloro a cui chiesi di insegnarmi mi dissero: “Ho visto iniziare tanti grandi artisti, tanti tatuatori. Se vuoi vai fra un anno ritorna e se ancora starai tatuando…” Fu una cosa giustissima. Dopo un anno ancora tatuavo. Aveva iniziato nello stesso periodo anche un altro mio amico, con il quale ho lavorato, e in quel periodo lavoravo in casa e non ero il solo a lavorare a casa. Lavoravo per i cavoli miei, lo sai, andavo a tatuare a casa della gente e ho imparato. Alla fine sono partito, sono stato via due anni e mezzo, non ho aperto lo studio con questo mio amico. Ho cercato di disdire il prima possibile qualsiasi accordo perché per me non era plausibile dopo due anni e mezzo che tatuavo iniziare ad aprire un negozio: mancava troppa carne. Sei un tatuatore perché tatui la gente, però ci sono anche dei valori che impari nella vita. Lui lo sa che la penso così. È una persona con cui ho iniziato e a cui devo tantissimo, fra tatuatori si impara gli uni dagli altri. Poi ho iniziato a lavorare nel Veneto: ci sono stato tre anni, dal 2003 al 2005. Poi sono tornato qui a Pisa a lavorare in un altro studio e a volte a casa, poi sono andato a lavorare a Pescara, in Abruzzo in uno studio in cui ogni tanto ritorno. Poi sono andato ad Arezzo, dove ho lavorato con un’altra persona veramente incredibile, che tuttora mi fa piacere sentire, ed ora sono finito qui perché entravano in vigore leggi per cui o aprivo uno studio di tatuaggi o smettevo. Lo dico senza remore, mi piaceva l’idea di aprire un mio studio, prima di tutto perché mi ero rotto i coglioni di lavorare alle dipendenze della gente e poi perché se non lo facevo mi toccava fare un corso di 600 ore come se fossi un pischelletto che iniziava ora a tatuare e invece non era così. Allora io ed Alessandro abbiamo aperto insieme lo studio. Ale è in assoluto uno dei miei più vecchi e cari amici, con cui ho diviso la musica, la strada, la vita per anni, da quando avevo 16 anni ad ora. Quando abbiamo aperto lo studio mi ci son buttato dentro e ho detto: questo è un po’ come il matrimonio. Alla fine l’ho fatto, e adesso sono soddisfatto, sto imparando delle cose nuove, ho lavorato a Roma, in Svizzera, in Germania, nelle Convention, e gli anni volano.